Recensione The Bureau: XCOM Declassified

Quello delle invasioni aliene è un tema molto caro al mondo dell’intrattenimento. Se consideriamo anche solo il media a noi più caro, quello videoludico, gli esempi si sprecano: Halo, Mass Effect, Killzone e molti molti altri.
C’è però una serie, il cui esordio è datato 1993, che si è sempre differenziata dalle altre per il suo stile di gameplay: parliamo di XCOM. La serie XCOM è da sempre caratterizzata da un gameplay di tipo strategico con visuale isometrica. Questo gameplay in breve è diventato il suo marchio e, infatti, quando 2K Games annunciò all’E3 2010 di essere al lavoro su un FPS ambientato nell’universo di XCOM, il feedback del pubblico fu quasi esclusivamente negativo.
Abbandonato il progetto per un ben più classico XCOM: Enemy Unknown uscito nel 2012, 2K decise in seguito di riprovarci. Da FPS si passò a TPS con elementi strategici, e il risultato è The Bureau: XCOM Declassified. Sarà riuscito il team 2K Marin a creare un buon Third Person Shooter di XCOM? Scopriamolo.

The Bureau: XCOM Declassified ci porta negli anni ’60, in piena Guerra Fredda. Gli Stati Uniti sono in allerta per eventuali attacchi sovietici quando all’agente CIA William Carter viene dato l’incarico di consegnare una misteriosa valigetta. Improvvisamente, però, viene aggredito da una spia aliena che, dopo aver sparato Carter, apre la valigetta. Questa esplode, carbonizzando la spia e curando le ferite di Carter, che fugge. Ciò che si troverà di fronte, non sarà un attacco da parte dei russi, ma un’invasione aliena su larga scala.
Carter verrà successivamente contattato da una misteriosa agenzia governativa e scortato al “Bureau”, base di quest’agenzia che farà da Hub principale del gioco. Questa misteriosa agenzia non è altro che l’XCOM, aperto prima del previsto a causa dell’attacco alieno.
Durante il corso dell’avventura, ci verrà sempre ricordato il periodo in cui ci troviamo, sia a causa di alcune frasi nei dialoghi, sia per alcuni dettagli piazzati con cura nelle ambientazioni, come ad esempio alcuni volantini di propaganda anti-comunista.

the bureau 1

All’agente Carter, nel corso della campagna, verranno assegnate varie missioni, terminate le quali si dovrà sempre far ritorno al Bureau, dove dovremo svolgere azioni come partecipare a interrogatori o discutere con altri agenti. Per svolgere queste azioni, potremo scegliere tra varie risposte per far evolvere il discorso, come in un RPG. A volte verremo anche messi di fronte ad alcune scelte, le cui conseguenze, però, non avranno grossi effetti sull’avventura, che risulterà non poco pilotata.
Anche gli scenari, infatti, si riducono ad un mero percorso in cui, in posizioni ben precise, dovremo affrontare ondate di alieni. Ad una prima occhiata, il gameplay dei combattimenti potrebbe sembrare identico a quanto già visto in altri TPS basati sull’Unreal Engine 3, come ad esempio Gears of War, ma i ragazzi di 2K Marin hanno aggiunto una gradevole innovazione che strizza l’occhio alla serie di XCOM. Nei combattimenti avremo sempre una componente strategica, offerta da un menu radiale che consente di impartire ordini agli altri membri della nostra squadra. L’agente Carter non sarà mai solo durante le missioni, ma potrà scegliere sempre svariati agenti che potranno essere creati, modificati (sia esteticamente che per classe) e migliorati. Tutti gli agenti, compreso Carter, potranno salire di livello e sbloccare nuove abilità, come la possibilità di creare scudi portatili o piazzare mine. Per ogni missione potremo portare con noi solo altri due agenti che, in caso dovessero morire, non potranno più tornare in vita. Ci sarà sempre l’occasione di curare l’agente ferito sia di persona, che dando l’ordine all’altro compagno, ma sfruttando il menu radiale si potrà comunque evitare che un compagno venga ferito, magari facendolo riparare dietro una copertura.

Circa il comparto tecnico, 2K Marin ha svolto un lavoro lodevole. Nulla che faccia gridare la miracolo, ovvio, ma il tutto è senza dubbio ben confezionato, come la maggior parte dei titoli che sfruttano il collaudatissimo Unreal Engine 3. Gli scenari sono grandi e dettagliati, i personaggi sono fisicamente ben caratterizzati e le armi (in particolare quelle aliene) sono credibili. Ma sebbene i volti dei personaggi siano esteticamente ottimi, non si può dire lo stesso della loro recitazione. Che Carter sia arrabbiato, felice o agitato, potremo capirlo solo dalle sue parole, perchè il suo volto avrà sempre, in ogni occasione, la medesima espressione. Si salvano solo le sequenze d’intermezzo, di stampo prettamente cinematografico, che sono una gradevole pausa tra una missione ed un’altra.
The Bureau gode di un doppiaggio completamente in italiano ben realizzato. La colonna sonora è buona, ma non ottima e gli effetti sonori quali esplosioni o rumori delle armi sono eccellenti.

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La scelta che è stata più criticata al team 2K Marin è stata quella di non aver inserito nè una modalità multiplayer online, nè co-op locale. Fortunatamente, comunque, la longevità del titolo è superiore alla media (almeno per quanto riguarda questa generazione). Saranno necessarie più di 10 ore per portare a termine la campagna anche al livello di difficoltà più facile. Si può scegliere tra 4 livelli di difficoltà, ognuno dei quali ben bilanciato. I nemici saranno sempre più difficili da abbattere con l’avanzare nella campagna, mentre dovremo tenere sempre d’occhio i nostri alleati, in quanto non godono di una IA molto sviluppata. 2K Marin ci dà inoltre la possibilità di cambiare livello di difficoltà anche a partita iniziata, ripartendo però dal checkpoint più vicino.

Nintendaro, Marvel fanboy, collezionista. Amante di film, serie tv, fumetti e (ovviamente) videogiochi, a tempo perso cerco di laurearmi in ingegneria. Mail: sistoernesto@respawn.it

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