Recensione Tom Clancy's: Rainbow Six Siege

Attendevamo da molto Tom Clancy’s: Rainbow Six Siege, esattamente dall’E3 2014, quando Ubisoft Montréal presentò per la prima volta un gioco dal comparto tecnico così avanzato da far sussultare il cuore anche ai più esperti. Ma ahimè, il gioco ha subito un’involuzione spaventosa da allora, rovinando l’hype di quelli che in Six Siege ci credevano sin dall’inizio. Il gioco, tuttavia, non è un’assoluta catastrofe: vediamo perché.

Rainbow Six Siege è il primo capitolo next gen della longeva serie Tom Clancy’s Rainbow Six, a sua volta basata (come è facile intuire) sulla saga letteraria Rainbow Six del compianto Tom Clancy.
Esattamente come i precedenti capitoli, Rainbow Six Siege è (in soldoni) un FPS tattico, in cui una squadra di antiterrorismo deve soddisfare una determinata missione, che può essere proteggere un ostaggio da un’altra squadra, disinnescare una bomba, e così via.

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Attenzione però: Six Siege non è Call of Duty. Le dinamiche sono molto più studiate ed il ritmo è complesso e, in un certo senso, pesante. Ogni mossa deve essere studiata al fine di neutralizzare il nemico e, nel multiplayer, all’inizio di ogni partita si dovrà studiare un piano con i propri compagni di squadra.
Sebbene sia presente una sorta di “modalità singleplayer”, la verità è che questa è poco più che uno specchietto per le allodole. Si tratta essenzialmente di una modalità di allenamento per il multiplayer, utile più che altro a sperimentare le varie meccaniche del gioco prima di buttarsi sulla modalità multiplayer.

Dunque, è il multiplayer il punto focale del gioco, ma bisogna essere certi di giocarci con degli amici e parlare con loro tramite chat vocale, altrimenti le azioni diventeranno ripetitive e le morti via via sempre più frustranti, arrivando a far durare una partita meno di 10 secondi (e considerando che in Siege non è presente il respawn, potrebbe comportare più di un problema).

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Le meccaniche complesse ed innovative (tra cui la possibilità di sparare attraverso le pareti e addirittura di fare breccia in esse) lo rendono degno di elogi su più di un fronte, sebbene i difetti grafici e le incuranze tecniche si facciano sentire. Al tutto si aggiunge anche l’evidente downgrade del comparto tecnico accennato in apertura, che si traduce non solo in una grafica un po’ meno curata (effetti luce e particellari molto elementari) e scenari meno interagibili, ma anche in vere e proprie modifiche nel gameplay progettato originariamente.

A questo vanno ad aggiungersi la totale noncuranza dei poligoni e la presenza di glitch che abbassano molto il livello artistico del videogame, unito ad un IA elementare, un’assoluta calamità considerando che metà del gioco si basa sul PvE. Fortunatamente le sorti di Rainbow Six Siege sono in parte riscattate da un PvP soddisfacente, a patto (come detto) di avere una propria cerchia di amici con cui affrontare le missioni. Solo così, Siege riesce ad esprimere il suo vero potenziale.

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